Mi interessa sottolineare, più che il vulcanismo operativo di Carnebianca, tramato di urgenze per molti aspetti esoteriche e di indugi edonistico-sensuali, la qualità oggettiva della sua opera. Le soluzioni formali, infatti, per quanto possano apparire, a prima vista, dettate da un desiderio costante dell’inedito, dal gusto dell’anomalia morfologica e dalla paura di ogni tipicizzazione usurata, si dichiarano come esiti d’arte di tutto rispetto; e fanno di questo forte e sempre fresco operatore una presenza viva, fra le più significative, della scultura italiana che ha saputo prendere le distanze, con eguale convinzione, dalla mimesi naturalistica e dalla gratuità arbitraria. Il rischio che corre Carnebianca, a ben vedere, è quello dell’intellettualità: il volere caricare di “intenzioni” il suo approccio con il volume. È la vocazione, drammaticamente combinatoria, che nocque, com’è noto, ai “pontisti” di Dresda. Ma c’è nello scultore romano, per buona ventura, come una lucida e raffinata decantazione che impedisce all’idea primaria o, se più piace, alla pulsione acritica, di sublimarsi passivamente in eccessi speculativi e patetici. Anche quando il titolo di un bronzo propone un’angoscia allegorizzante (come Il tempo, Veggenza, Distacco dalla materia) è l’intelligenza specificamente scultoria che ha la meglio, sempre, sull’ipotesi del “messaggio”. E così la sensibilità innata, il filtro del gusto e della cultura, l’esigenza d’equilibrio sconfessano infine le equazioni mentali; suggerendo la pienezza autonoma del prodotto d’arte.
Non si può restare indifferenti, senza dubbio, all’aura di esoterismo che circola, promuovendo spiazzamento e inquietudine, nella scultura di Carnebianca; e persino, vorrei dire, in certi splendidi gioielli – ciondoli, pendagli, anelli -, come Vortice, Il Faraone, Libertà, coordinati alla mostra. E tutt’altro che asettiche risultano le tecniche miste su carta da spolvero intelaiata; la fissità allucinatoria di Condizionamento, l’intenso Autoritratto gli arditi Gemelli in verde, rosso ed ocra sulfureo rispecchiano certamente, tra invenzione, ragione e soprattutto “patèia”, la complessità del mondo interiore. Ma bisogna convincersi che Enzo Carnebianca è, in linea assolutamente prioritaria, scultore. Di quelli senza schemi, capaci di creare un linguaggio di sicuro spessore; tanto più valido quanto più incardinato al possesso “linguistico”. Solo in tale prospettiva è possibile assegnare all’eccellente artista un ruolo di tutto rilievo.
E capire con quanta nuova energia e perspicuità espressiva è riuscito a mediare, sul metro della propria inspanisibile personalità, fra alcune importanti ed opposte proiezioni dell’estetica moderna: fra il concetto massivo di un Moore, ad esempio, e il filamentarismo di un Giacometti. Senza trascurare, poi, qualche alto suggerimento del dinamismo di un Arturo Martini (dinamismo che ha fatto approdare tanti scultori del nostro tempo, per difetto di consapevolezza e di temperamento, ad un eclettico scintillio). Direi, allora, che in Enzo Carnebianca, nel suo metodo e nei suoi raggiungimenti, è tutto in regola. Il processo di realizzazione nasce sempre dentro; ma è sussidiato, in sommo grado, si tratti dell’esemplare unico Cleopatra o di Enigma, dal livello del mestiere.

Renato Civello