L’ellisse ottenuta sbucciando un’arancia e percorrendola in tutta la sua circonferenza ha stimolato in Enzo Carnebianca l’idea di una nuova scultura: idea che, tramite un’immediata formalizzazione, ci consente la piena interpretazione della sua scultura attraverso l’animus dei soggetti scelti.
Il concetto di plasticità in Carnebianca si distingue e si qualifica nella ricerca sull’essenzialità dell’oggetto: sviscerandolo quale esso sia, persona o cosa, come il chirurgo seziona un corpo, con la stessa avidità curiosa di un bambino che smonta un orologio o un equivalente oggetto meccanico per scoprire nella sua struttura l’origine del movimento e del suono. Una scultura pertanto di rifiuto della normale figuralità, coniugata a un’interpretazione fantasiosa ed onirica, nella ricerca del nascosto, dell’ignoto, dell’immanente.
Da questi concetti di base si sviluppa tutta l’arte di Carnebianca, inspaniduata nella casualità degli accadimenti, prefissata col disegno in studi preparatori già prefiguranti il loro successivo sviluppo e che altro non sono che i bozzetti con cui gli antichi maestri, in egual maniera, preparavano la celebrazione delle loro grandiose tele.
Pittura pertanto ad uso della scultura essenzialmente che, nella dinamicità della forma, fattivamente incarna l’intenzionalità reale dell’artista.
In tal senso la figuralità che ne deriva e che esteticamente si esprime nell’involucro della forma – esempio tipico la muta di pelle umana – presuppone, nel suo interno svuotato, la sintesi di ricerca intellettuale che l’artista compie, al fine di concentrare sull’elemento scheletrico esterno un completo senso di esistenzialità, come una radiografia proietta sullo schermo la totale composizione interna di un corpo.
Che presuppone una sua propria vita se viene liberata dall’immagine notoriamente conosciuta presentando, nella schematicità di una forma spanenuta scultura, l’essenzialità dell’oggetto percepito dall’occhio.
Si compone in tal modo la lunga teoria di opere accattivanti, non soltanto per l’eleganza dello stile o per la plastica bellezza della forma, ma soprattutto per l’aggressività che metaforicamente presuppone alienazione, in quella spasmodica ricerca seguita al di fuori della norma: nell’inconscio dell’illimitato, in quel qualcosa che inevitabilmente angoscia e che affannosamente scopre.
Questa inquietudine, che potrebbe risolversi anche in incomunicabilità, si traduce invece, nella creativa sensibilità dello scultore, in una selezione che di per sé consente di rivivere le improprie vicissitudini del quotidiano: e Carnebianca sa sviscerarle cercando quelle ragioni che non si trovano, tramutando tale impossibilità in un dato di fatto, nel tentativo intellettuale di indicare l’assenza di una possibile soluzione.
Lo svuotamento del corpo, la scheletricità della forma, la posizione fetale, l’ellisse che si innesta tra il nascere e il morire, sono tutti contenuti che ci iniziano ad un approccio pieno di fantasia, vicino a quello di Zucchero Fornaciari quando canta i versi mutuati da Piero Ciampi, determinando una realtà provocatoria e ribelle, esistente sì ma rielaborata da una sensibilità spanersa, coinvolgente anche chi non vuole pensare, inebriata dall’assurda incredulità per qualcosa che tuttavia, un giorno, potrebbe succedere: come il mare tempestoso che, dietro ad una cortina di stelle, si concede alla luna.
In egual modo e con la stessa intemperanza, Carnebianca ci pone il suo irrisolto quesito.
In quello stesso serpente già bramoso nel giardino dell’Eden; nella donna senza capelli, anticipato presagio ecologico di una calamità futura ma non troppo lontana; nelle osservazioni di un quotidiano agonizzante, vere e proprie invettive di una novella Cassandra.
Alle sculture, prevalentemente eseguite in pietra o in bronzo, alle pitture, che più propriamente ne predispongono la pratica realizzazione, si frappongono i gioielli. Ricavati in oro per accentuarne la preziosità, in quella ricerca elaborata nelle sculture e miniaturizzata con lo stesso segno.
Oggetti di antica fattura ma originali, non soltanto per la preziosa esecuzione, ma per l’insita novità che sorprende. Nello stesso modo in cui le sculture più grandi creano perplessità e, nella fantasia di ognuno, concedono appagamento.
In tal senso, nella novità della sua ricerca, vive la giovane e significativa presenza di Enzo Carnebianca. Antesignano come prossimo astronauta; avido di quello spazio siderale in cui la ricerca si compiace e nel contempo ci abitua all’ineluttabilità dell’avvenire; attento osservatore del quotidiano affanno che ci proietta, quasi come anticipato presagio, in un nuovo modo di sentire.

Ferdinando Maria Anselmetti