Nella complessa problematica che da tanta parte attanaglia il mondo dell’arte una delle funzioni del critico consiste nello spiegare al pubblico ed ai fruitori dell’arte e spesse volte all’artista del perché questi si esprima in quel modo.
Personalmente io penso che il critico debba, invece, capire innanzi tutto il “messaggio” nascosto proveniente dallo “stato ansioso” (e quindi creativo) che spesso inconsciamente invia; maturare ed indirizzare il segmento creativo migliore e portarlo a valorizzare il massimo della tensione artistica.
Infatti un vero artista, e non il mestierante di cui sono piene le pagine della modesta cronaca del “quotidiano” dell’arte, riesce a sensibilizzarsi per “annusare”, comprendere e quindi ad anticipare “il presagio” per poterlo far comprendere agli “altri”.
Questo in realtà è l’unico vero compito dell’intellettuale nei confronti della Società.
In Enzo Carnebianca questo processo avviene in parte poiché passa attraverso le maglie di una metodologia operativa che si sviluppa con una rivisitazione di stampo surrealista vivificata da una determinata attenzione alla persona umana: all’uomo.
È infatti dal tema “umanità” che esce il Carnebianca migliore.
Osserviamo alcune sculture come: POSIZIONE FETALE (1980), una splendida figura di sapore “egiziano” (la nostra vera primaria civiltà) che riesce ad infondere a colui che la osserva un vero messaggio di bellezza accompagnata da un profondo senso di maternità e di dolcezza; oppure NOI E L’ORIGINE (1988) altra interessante scultura che, pur risentendo della lezione Daliniana, esprime significatamente la cultura DELLA MELA E DEL SERPENTE; per passare a ELEVAZIONE (1983) ed a MEDITAZIONE (1981) in cui la figura proiettata in una e seduta nell’altra racchiudono un insieme di forze e di linee che si lanciano come luci verso lo spazio con una costruzione dell’essere umano degna di Rodin. Un discorso più approfondito meritano le due sculture: IL TEMPO e L’ATTESA (entrambi del 1981) in cui le figure si immettono in una concezione creativa vicino alle raffigurazioni deistiche dell’estremo oriente sia per la posizione che per la messa in evidenza del “terzo occhio” che ciascuno di noi ha, ma che quasi nessuno valorizza e che per Carnebianca sta a significare che “la saggezza” (la concezione della vita) è nascosta in ognuno di noi e che ciascuno ha la propria chiave per aprire la porta che conduce sul sentiero della vita (tema affrontato anche nell’opera ENIGMA (1988)).
Tutte queste opere di forte accettazione simbolista provengono dalla lezione surrealista il cui “maestro” vero è unicamente Salvador Dalì. Nella scultura CLEOPATRA (1983) Enzo Carnebianca affronta in chiave contemporanea il mito di Cleopatra ponendo come sempre l’uomo ai piedi della femminilità; la sedia sta a sottolineare l’immutare nel corso dei secoli di questa situazione.
Pertanto Enzo Carnebianca è da ammirare perché autodidatta (si fa per dire) affronta con serietà e professionalità il suo compito, gravoso, di intellettuale che attento agli “odori” ed ai “rumori” che qua e là appaiono, li analizza, li valuta, e li risolve raffigurandoli in una concezione estremamente valida degna di un artista con l’A maiuscola.

Egidio Maria Eleuteri