L’artista romano propone da parecchi anni una scultura dinamica e dalle ardite soluzioni formali. Una delle forze della scultura italiana del nostro tempo più vive e meno compromesse da moduli di assuefazione o di sudditanza

Il grande successo ottenuto recentemente a Palazzo Rondanini (dove gli sono stati assegnati spazi privilegiati) nel quadro della mostra “Sentieri dell’arte” e la popolarità che ha investito il suo nome, con un ritmo crescente, in questi ultimi anni – anche sulla scorta delle importanti antologiche allestite al Castello dell’Aquila e al Museo Nazionale di Archeologia di Malta – testimoniano la presenza imperativa di Enzo Carnebianca tra le forze più vive e meno compromesse da moduli di assuefazione o di sudditanza, della scultura italiana del nostro tempo.
A parte il fatto che si tratta di un artista pluramente vocato, come dimostrano i carboncini, le tempere viniliche, le tecniche miste, ma per nulla disposto allo sterile scintillìo dell’eclettismo, è l’impegno sulla forma, volumetricamente intesa in rapporto alle scansioni spaziali, che ha rilevanza prioritaria.
Sarebbe facile abbandonarsi, di fronte a queste opere di scultura così inquiete e figurativamente inedite, a disquisizioni d’ordine teoretico; indagare, ad esempio, sull’itinerario metafisico e gnoseologico, sui sillogismi illusori di una razionalità ostinatamente dialettica e che rifiuta, pertanto, l’approdo ultimo delle conclusioni. Ma si farebbe un torto, e non piccolo, alla impetuosa autonomia, alle pulsioni irresistibili di un artista di razza.
Per Carnebianca non sussistono paradigmi: l’intuizione, la grande rivelatrice nel contesto labirintico delle rinunce, dei recuperi, delle antinomìe angoscianti e delle inaspettate folgorazioni, domina sovrana.
E fa piazza pulita non solo di una speculazione eretta a “sistema” (avviene, del resto, a Leopardi, che è “poeta”, a dispetto del “sistema” che pretende di essersi costruito e di cui parla in una celebre lettera a De Sinner), ma di qualsiasi ipotesi storico-comparativa.
Si può dire, infatti, che Carnebianca non sia collocabile in alcuna scuola o corrente; e che non soffra nemmeno parametri di riferimento inspaniduale: egli è coraggiosamente e orgogliosamente libero.
Si è guardato attorno, senza dubbio, e si è addentrato nella intricata foresta dell’estetica contemporanea, sforzandosi di intendere motivazioni ed esiti. Ma lo ha fatto con scrupolo di filtro e lasciando incorrotte le proprie virtù genetiche.
E allora, si tratti di Incantesimo o di Sublimazione, del bassorilievo Nausicaa o del bronzo a cera persa intitolato Distacco dalla materia, di una Sedia con serpente o di una scultura-gioiello col volto di Nefertiti, l’artista ha fatto fruttificare, senza squilibri di orientamento, un’ispirazione correlata al buon gusto e alla cultura fuoriformula: ha scavalcato il neotradizionalismo classicheggiante – e non inganni il nitore di certi nessi di superficie -, ma anche il martinismo e le omologazioni giacomettiane e brancusiane.
Cesare Vivaldi, nella sua lucida presentazione per la mostra di Carnebianca a La Valletta, ha posto l’accento sulla “grande invenzione spaziale” che caratterizza la sua produzione.
Conspanido assolutamente questo acuto giudizio, ma mi piace anche sottolineare la sottile eleganza di questi volumi; eleganza non contraddetta nemmeno dalla tentazione episodica del grottesco e che nulla toglie, d’altra parte, alla forza d’urto che finisce con l’essere il magma connettivo di tutte le realizzazioni. È stato scritto, poi, del surrealismo che informerebbe l’opera dello scultore.
Ma ci troviamo di fronte, a ben vedere, ad un surreale atipico, privo cioè di quel combinatorio fantasmico rintracciabile negli Ernst, nei Dalí, nei Tanguy, nei Magritte e, di là della pittura, in tanti scultori che vorrei definire “mitico-razionale”.
Il surreale di Carnebianca sussiste, sì, come progetto ideale, ma x non è mai disgiunto da una composta esigenza costruttiva, per cui ogni dettaglio risulta indispensabile all’architettura globale.
Per questa via la tensione interiore si coniuga armoniosamente con la vita fenomenica della forma; e si stabilisce un “unicum” di particolare suggestione e vigore.
Enzo Carnebianca è in pieno processo di crescita. Ma quel che ci ha dato finora ha già un suo peso maturo e distinto, che gli assegna un ruolo tutt’altro che supplementare nella figurazione plastica di questo scorcio di secolo.

Dal “Secolo d’Italia” del 24 dicembre 1992
Renato Civello