Mostra antologica Enzo Carnebianca National Museum of Archeology

Quello di Enzo Carnebianca è un curioso surrealismo, così impastato dei propri risentimenti umorali e viscerali da lasciarsi trascinare a vere e proprie ostentazioni di gusto kitsh, a un voluto stridere di colori destinato, con la programmata monotonia delle contrapposizioni di rossi e di verdi, ad acuire il senso atroce di disfacimento, lo struggersi e l’allungarsi mostruoso delle figure e degli arti. Un qualcosa che potrebbe far pensare a Bellmer, ma senza la morbosa sensualità di Bellmer, o magari a qualcuno dei molti spanulgatori del surrealismo, come Labisse e compagni. Tutto ciò con una pittura precisa ma con qualcosa di scivoloso, di leggermente macabro, direi quasi a prima vista poco gradevole.
Le cose cambiano completamente quando dalla pittura di Carnebianca si passa alla scultura. Carnebianca, a mio parere, è un pittore per volontà e invece è uno scultore nato, con un plasticismo assai sottile e nello stesso tempo vigoroso. Lo aveva già intuito Vito Riviello, il quale nel 1984 aveva scritto che “la prova della sua lucidità d’artista è data dal suo lavoro di scultore, in cui viene fuori la linea genetica della sua ricerca”. E infatti in questa scultura, con molta sensibilità e vivo senso plastico, prendono piena forma artistica quei motivi e quei temi che apparivano come ostentati e magari sforzati. Nulla più di stridente e di macabro, ma una misura dello spazio esatta, un modellato pungente e linearmente molto duttile, un eleganza di stilizzazione che fa pensare agli esempi liberty di un Wildt, una simbologia surrealista assai originalmente risolta in cadenze e ritmi aerei e danzanti, senza che la sua drammaticità abbia niente di eccessivo.
Certo, i temi dello scultore non sono più teneri e più dolci di quelli del pittore; il fatto è che l’angosciosa metafora dell’alienazione e dello “svuotamento” dell’uomo, nella scultura trova una sublimazione artistica perfetta, una forma plastica sicura. L’uomo serpente, l’uomo ridotto a un giubbotto abbondante, o sbottonato, sul nulla, la figura in posizione fetale, abbandonata come nella morte, le teste serpentine che fuoriescono da un uovo spaccato, spanengono tutte ragioni di un discorso per immagini tridimensionali condotto senza cedimenti e senza sbavature. L’orrore è autentico, ma la forma perfetta lo esorcizza, ne dà una definizione calzante e priva di sentimentalismo. Catarticamente tutto si trasforma, per citare Shakespeare, in “qualcosa di ricco e di strano”, in una definizione perfetta dell’oggetto-scultura. Così l’uomo serpente, senza rinunziare alla propria identità, spanenta un ghirigoro elegantissimo nello spazio (spazio definito, oltre tutto, con grande abilità tecnica), così la donna o l’uomo giubbotto sono soprattutto una grande invenzione spaziale, coinvolgente lo spazio interno e lo spazio esterno all’opera, il che significa un sapiente trar partito di una delle conquiste essenziali della scultura moderna.
Nella scultura di Carnebianca il soggetto certamente conta, e molto, ma è interamente subordinato alla forma che lo controlla e domina. Questo significa che lo scultore, che è ancora ben giovane ed ha quindi tutta una carriera davanti a sé, ha ormai raggiunto un suo stile perfettamente e di grande efficacia. Ed è da pensare che in un prossimo futuro egli ci darà prove ancora maggiori.

Cesare Vivaldi