Incontro di frequente lo scultore Enzo Carnebianca per le vie del rione dov’egli tiene lo studio e io l’abitazione. E ogni volta la conversazione, concitata, si accende di pensieri poetanti e di lampi evocativi. Soprattutto quando accade di ritrovarsi innanzi al suo studio e il maestro invita a entrare e a rinnovare lo stupore che ogni volta suscita la creazione estetica. Ma con Enzo Carnebianca si parla sempre di sculture, e da lui si vedono solo sculture, appunto le sue.
La sorpresa delle sorprese giunge quando il maestro Carnebianca mi mostra, ora è una settimana o poco più, una sua Crocifissione su tela. Il modello si rintraccia ovviamente nelle Crocifissioni di Salvador Dalì e nel suo tipico tener la croce sospesa su la terra e su le sciagure umane, che tanto mi affascinava nella splendente stagione delle mie scelte di gioventù. E così anche Carnebianca sembrerebbe abbandonarsi al gesto ripetitivo della calligrafia, una sorta di variazione scolastica sul tema inventato da Dalì. E invece, a guardare da presso il disegno complessivo e a considerarne uno dopo l’altro i dettagli, subito appare che la revisione di Carnebianca giunge in profondità, non tocca aspetti marginali ma riformula l’essenziale, e insomma accende interessi, svela affinità, interroga altri saperi.
La prospettiva, anzitutto, innova e anzi capovolge l’ordito di Dalì e accende l’interesse non dirò del teologo, che io non sono, ma del credente che ogni giorno frequenta avidamente il Vangelo di Giovanni. Infatti, nel Quarto Vangelo, l’unico evento della passione crocifissa di Gesù intreccia tre “consegne”, tutte indicate con la forma puntuale, all’aoristo, dello stesso verbo greco, paradidomi. Non solo intreccia le tre consegne ma pure le fonde in una. Così il bacio del tradimento di Giuda, che “consegna” l’Amico e Maestro ai nemici, s’aggruma col gesto di Gesù che liberamente si “consegna” agli uomini perché ne facciano quello che vogliono; e nel gesto di Gesù e in quello di Giuda, fusi come due aspetti dell’unico evento, si adempie infine il gesto risolutivo del Padre che “consegna”, anche lui, l’Unigenito perché “ha tanto amato il mondo da sacrificare il Figlio”. Quest’ultima “consegna”, quella appunto del Padre, sorregge entrambe le altre e a entrambe dona verità. La tela di Carnebianca lo intuisce genialmente.
Essa infatti prende per mano lo spettatore, gli fa compiere una inaudita ascensione, che l’iconografia ignora, e lo solleva sull’alto della croce. Di qui si può e anzi si deve far propria la prospettiva di Dio, si può guardare il Figlio e l’umanità e la terra universa con lo sguardo spanino del Padre, si guadagna finalmente la visione della verità del mondo e della vita. In primo piano si vede il Crocifisso Signore, giovane barbuto e michelangiolescamente possente, con la carne che si pensa straziata ma qui mostrata priva dei segni violenti del sangue e anzi tenera e compatta, come ricomposta dentro una morte che è, insieme e inseparabilmente, nascita dell’uomo nuovo.
L’interpretazione viene corroborata da un altro indizio, un elemento centrale della tela. La Croce infatti vi appare confitta solidamente sul cuore del mondo ma, più propriamente, fuoriesce (o sembra soltanto?) dal grembo della terra, come se dalla immane tragedia della violenza che s’abbatte sull’unico Innocente della storia umana, come da terra inaridita, nascesse inaspettatamente l’uomo nuovo. Non è, si badi, una semplice successione temporale della vita oltre la morte, come si dice in una comprensione estrinseca e meccanicistica della pasqua e del binomio morte-vita che ritma appunto la pasqua. No, alla morte non subentra la vita, soltanto. Accade molto di più. La stessa morte, appunto la morte crocifissa di Cristo e quella soltanto, si fa vita e si fa vita per tutti e a tutti donata. La parola spanina dei Vangeli questo appunto annuncia e infallibilmente fa: la morte umana, toccata da Dio e appunto perché toccata e fatta propria da Lui, spanenta vita; la violenza subita dal Figlio di Dio si cambia, dall’interno, in amore che si offre; l’estrema solitudine di Gesù in croce spanenta l’atto comunitario per eccellenza. Di qui dunque, dall’alto di questa Croce, si vede Dio rifare la faccia della terra, ricreare il mondo, rinnovare il cuore d’ogni uomo e di ogni donna.
E poi la luce, la luce infocata, che riveste il Crocifisso Signore e da lui s’irradia investendo il legno, lucente dei riverberi della forza ricreatrice dell’amore incondizionato di Dio, perché anche il cosmo attende con impazienza, “tra i dolori del parto”, di venire riscattata dalla vanità e coinvolta dentro l’avventura della figliolanza spanina, come scrive Paolo ai Romani. L’elemento visivo della luce prevale, e sembra evocare le crocifissioni rinascimentali dei fiamminghi non meno che di Antonello da Messina. L’ora della Passione e Morte di Gesù è l’ora delle tenebre, l’ora del principe di questo mondo. Le tenebre vi celebrano dunque la loro vittoria. Ma è vittoria parziale e comunque provvisoria. Giunge infine la luce, quella dell’amore crocifisso, e le tenebre fuggono spaventate. La verità riguadagna finalmente la sua evidenza. Nella luce infocata della Croce si risolve ogni enigma, si ritrova ogni frammento di vita, ogni pianto si cambia in passo di danza.
Si diceva poc’anzi del Crocifisso come d’un giovane possente e barbuto. La memoria, se cerca precedenti e se congettura modelli o fonti d’ispirazione, corre subito a santa Maria sopra Minerva in Roma dove, a lato dell’altare che custodisce le spoglie della senese santa Caterina, si vede un Risorto Signore dai tratti inconfondibilmente giovanili dovuto alla mano d’un altrettanto giovane Michelangelo. Ma non basta la storia passata dell’arte a spiegare l’enfasi addirittura ossessiva su i tratti barbuti e giovanili del Crocisso di Carnebianca. La memoria indaga pure con successo la storia dell’autore e provvede un altro rinvio, un’altra e più saporosa evocazione, come ricordano amici di Carnebianca degli anni settanta: nel Crocifisso s’intravede e anzi si riflette il volto dello stesso autore. Narcisismo presuntuoso e arrogante? No, qui c’è molto di più, infinitamente di più. Attingiamo infatti il mistero cristiano, troppe volte e tanto occultato da rendere insipida la fede e banale e moralistica la vita cristiana che invece è “cristo-mimetica” e mistica o semplicemente non è cristiana. Nella identificazione intenzionale di Carnebianca con il Crocifisso preme e infine si configura l’istintiva consapevolezza che il cristiano, ogni cristiano, è alter Christus, “un altro Cristo”. La bellissima formula, che la pietà recente incautamente sequestra e riserva ai sacerdoti, in realtà s’attribuì per la prima volta a un cristiano che mai salì al sacerdozio, a Francesco d’Assisi. E si può, si deve anzi applicare a ogni battezzato, in forza appunto della grazia della reale figliolanza spanina che ci rende “figli nel Figlio”: noi figli di Dio per grazia, Gesù Figlio Unigenito di Dio per natura.
Infine, disposti a corona intorno alla Croce e al Sovrano Signore che sopra vi è assiso, quanti volti, forse infiniti volti guardano attoniti e partecipi. Sono dodici volti: rinviano simbolicamente ai Dodici, prescelti a predicare il Vangelo della Croce e a testimoniarlo col sangue del loro martirio, quasi a raccogliere sinotticamente l’intera vicenda umana e a vederla tutta raccolta nel segno dell’amore originario che alla fine prevale e vince? O questi volti vestiti di nimbi evocano i cori angelici delle gerarchie celesti, quasi a dare all’evento della Croce il senso della profondità più che terrena che gli spetta, la dimensione eterna che sta dentro ogni fatto storico e carnale di Gesù, insomma il suo carattere propriamente spanino? O, più semplicemente, i dodici volti apparentemente così stilizzati riecheggiano le fissità simmetriche dei cori bizantini e ostendono lo splendore contemplativo della liturgia cristiana? Domande tutte legittime, queste. Forse, le domande e le ipotesi che ne derivano dicono ciascuna qualcosa, appena qualcosa dell’indicibile Mistero.
Ma poi t’avvedi che questi dodici volti hanno ognuno la sua inalienabile consistenza, ognuno si rapporta al Crocifisso con una sua traiettoria di sguardo, ognuno ha la sua propria collocazione fisica e spirituale nell’universo pittorico della tela. E pare farsi viva una intuizione estetica che infine si raccorda con i Vangeli e con il suggerimento insistito che se ne ricava. Ed è che la Croce di Gesù è il centro d’ogni storia, tanto di quella collettiva dei popoli quanto di quella singolare di ognuno di noi, e la giudica. Tutti vi siamo implicati e tutti, vivendo e ogni giorno scegliendo, prendiamo sempre posizione su Gesù. Lo sappiamo o no, nel consenso o nel rifiuto, ogni giorno decidiamo con i fatti della nostra vita cosa pensiamo di Lui, e dunque cosa davvero pensiamo di noi stessi, e così decidiamo il nostro eterno destino. Questi dodici volti attoniti letteralmente vedono il giudizio finale che la luce d’amore del Crocifisso proietta su tutti e su ciascuno. E tutti ormai sanno, tutti ormai sappiamo, che il senso della vita si misura sull’amore.
Ma forse, dopo tutto, la tela del maestro Enzo Carnebianca evoca un’aula universitaria, di quelle ad anfiteatro, dove l’unico necessario Maestro ripete incessantemente la lezione essenziale a discepoli riottosi che tanta fatica fanno a capire e a ritenere. Quale lezione? Quella che si riassume nel verso mirabile d’un poeta del rinascimento italiano: “… e me ti dono / e come vuoi / mi spendi”. Sì, la Crocifissione di Carnebianca dice che l’amore ha ormai la figura del Crocifisso e significa soltanto dedizione incondizionata di sé.

18 Luglio 2006
Don Guido Mazzotta

Pontificia università Urbaniana