L’opera sta alle radici della poetica di Carnebianca: è la visualizzazione, la concretizzazione di una frattura nella continuità del reale, di una soglia nella solidità apparente dell’esperienza. La tenuta della nostra coscienza, messa a dura prova da una condizione continua di angoscia, cede all’improvviso, e lo spirito si libera, trova infine il montaliano “smaglio nella rete”, può così mettere in discussione i giudizi precostituiti. Uno spazio discretum si apre nel continuum: una forma vivente nuova appare con una movenza da balletto, come se emergesse lentamente dalle acque di un lago, e sembra tanto libera dal carcere della condizione materiale, quanto segnata da un destino antiumanistico che la assimila a un androide, a un essere proveniente dagli spazi più lontani dalla Terra, ma non “extra-“, bensì “sovra-terrestre”: vale a dire una condizione metafisica e dunque metastorica, più che topografica, di non appartenenza alla Terra. Il Bene e il Male, come osservava Dario Bellezza, si fondono nell’opera di Carnebianca: e qui emancipazione e deformità/difformità, trascendenza e stato metamorfico segnano il perimetro ontologico e morale di questa nuova creatura, che domina l’intera opera dello scultore, incarnando la sua Angst (angoscia) e modellando al tempo stesso la sua nuova dimensione etica, che è semplice e complessa al tempo stesso, poiché risolve ogni dilemma per via di sottrazione, essendo alla ricerca di ciò che è essenziale e resta, al di là di ogni mutevolezza della moda, costituendosi come un anti-umanesimo fondato, in modo ossimorico e surrealista, proprio sopra un’istanza di valenza umanistica.

Marco Gallo