Per un attimo la temporalità costitutiva della condizione umana si fa attimalità, accentuazione puntuativa nel presente, storicità quantificabile e misurabile. L’androide cessa di essere il “ritratto ontologico” della specie umana e diviene incarnazione del momento storico preciso, ritratto di un’epoca e di una cultura, che sono quelli in cui viviamo oggi: di questa immagine siamo dunque noi il visibile referente, ed essa è lo specchio di ciò che abbiamo conseguito dopo essere giunti a questo punto della Storia. Il passaggio della Storia in noi, che siamo “fatti di tempo” (non quindi il transito di noi nella Storia) non ci lascia indenni, e ci sgretola rivelando che la nostra struttura, se così sollecitata, inevitabilmente mostra il volto della destrutturazione. Così tutto è ormai finito: le fratture lasciano intatta la forma ma la svuotano di futuro perché ne intaccano l’integrità esistenziale, la pongono in uno stato di morte già avvenuta o di indeterminata mesmerizzazione.

Dopo aver raggiunto con chiarezza la definizione delle coordinate ontologiche della condizione umana, dopo aver affrontato l’indagine delle nostre radici sotto il profilo di una filologia “aliena”, non “extra” ma “sovra-terrestre”, Carnebianca può calarle con precisione nella Storia, intendere quest’ultima come stato di perenne angoscia privo della dimensione escatologica, vale a dire senza veruna risoluzione positiva e senza via d’uscita o salvezza alcuna.

Marco Gallo